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Fabbrico. Sul modo di pensare e sentire di 8 Individui, 1864

Fabbrico. Sul modo di pensare e sentire di 8 Individui, 1864

Cosa intende il sindaco Bellesia quando scrive di un modo di pensare e sentire dei surritesi di sulla istituzione delle G. N.? Era tempo che alcuni gruppi di persone si incontravano e discutevano animatamente, accomunate dall'insoddisfazione per le mancate promesse di una gestione migliore della cosa pubblica. La difficile situazione economica gravava in particolar modo sulle classi più deboli che facilmente venivanoe coinvolte in movimenti di cospirazione e di protesta contro il nuovo stato italiano. Messaggi anonimi recapitati alle istituzioni locali mettevano in guardia su una terribile sommossa popolare che sarebbe potuta scoppiare da un momento all'altro.
"Scorrerà del sangue", scrivevano. "Qualche gruppo di disperati assalterà e incendierà le case dei notabili e gli edifizi dell'officio pubblico".
Questo clima di tensione indusse le istituzioni ad intensificare i controlli sui singoli e le attività che favorivano l'assembramento. Le locande erano tra questi esercizi.
Di li a poco sarà Torino a fare esperienza della prima strage del nuovo stato. La strage di Torino del 1864 fu un eccidio compiuto da alcuni membri del Regio Esercito italiano (principalmente allievi carabinieri) il 21 e il 22 settembre ai danni di gruppi di manifestanti civili. 

Nel 1864 ci si avvia a un ridimensionamento delle truppe destinate alla repressione del brigantaggio. Avviene un dislocamento delle stesse in altre regioni tra le quali l'Emilia. I battaglioni di bersaglieri iniziano ad operare essenzialmente nei territori sedi di guarnigioni. Il controllo avviene con un sistema di posti fissi e con colonne mobili. L'immagine mostra un posto fisso di bersaglieri nei pressi di Sabbioneta.

Da scritti fantastici del sig. Spaggiari Antonio

« L'origine delle specie per selezione naturale del signor Carlo Darwin  è pur sempre vanto d’esser stato il primo scritto capace d’indurre le donne e il verace pubblico all’attenzione delle cose politiche.
Anche fra i compagni stessi, cui sarebbe difficile il decidere se maggiore fosse la stoltezza o la perversità, malgrado il malumore che regnava nella popolazione per la turba che vi prese parte, volendosi pur concedere che fosse in numero di sette od ottocento individui, puossi francamente asserire ch’era composta soltanto di poche centinaia di quei disperati che per poter commettere disordini e ruberie, pronti sempre a concorrere a qualunque sommovimento ch’abbia in mira di rovesciare l’autorità. In conclusione, la gran massa della gente di Fabrico e Guastalla vi rimase totalmente estranea come pure li forestieri sottoposti. Avessero nominato dei clericali, la sua reputazione ne avrebbe meno patito »

Sante Galvoni

« Amico mio carissimo. Prima di tutto sappiate che Germano mi assicurò aver già scritto, secondo la promessa, Spaggiari pei nostri valorosi prigioni. Guarioli, che è qui, m'ha detto che il governo di Firenze abbia messo in libertà Ferrari(1) solo tra tutti i prigioni. E questo indizio molto blando spero sia d'esempio. Giungono intanto le nuove della iniquità di settembre da Torino dove ebbi modo di sincerarmene protestando sulle cose di piazza San Carlo e sulla negletta mattanza(2). Si dice che tra morti e feriti, oltrepassarono la decina.
E la Società stava muta.

Ti auguro ogni felicità, ma temo forte che non siamo pronti in ciò che sa da fare. Si contenti dunque d'esser felice.
Tuo dev.to
Sante Galvoni »

(1) Ferrari Quirino, ufficialmente oste in Fabbrico, risulta essere agente a Reggio Emilia. St tratta probabilmente di infiltrato tra i cospiratori.
(2) La strage di Torino del 1864 fu un eccidio compiuto da alcuni membri del Regio Esercito italiano (principalmente allievi carabinieri) il 21 e il 22 settembre ai danni di gruppi di manifestanti civili. Gli scontri avvennero durante manifestazioni di protesta popolare in merito al trasferimento della capitale del Regno d'Italia dalla città piemontese a Firenze.
Giacomo Guarioli, Alessandro Magnani, Germano Nicolini nella locanda di Quirino Ferrari. Proprietà Galvoni

ESTERO

FRANCIA. - Dispaccio del Ministro degli Affari Esteri al barone di Malaret, a Torino
Parigi, 23 settembre 1864.
Signor barone, voi sapete che il Governo dell'Imperatore risolse di stringere una convenzione col Gabinetto di Torino per determinare le condizioni con cui si potrebbe effettuare lo sgombro di Roma dalle nostre truppe. Ho l'onore d'inviarvi qui annesso il testo della convenzione che fu a questo scopo sottoscritta al 15 di questo mese tra i plenipotenziari di S. M. il Re d'Italia e me. Questa convenzione fu ratificata dall'Imperatore e dal Re Vittorio Emanuele.
Credo utile rammentare brevemente alcune delle circostanze che precedettero la conclusione di questo immportante atto e d'indicarvi al tempo stesso i motivi che indussero il Governo dell'Imperatore a dilungarsi dalle eccezioni che aveva dovuto opporre finora ai suggerimenti del Governo italiano.
Invitato ad aprirmi nel mese di ottobre 1862 intorno ad una comunicazione del Gabinetto di Torino, il quale, affermando il diritto dell'Italia su Roma, reclamava la consegna di questa capitale e lo spodestamento del Santo Padre, ho dovuto ricusare di seguirlo su questo terreno e dichiarare, a nome dell'Imperatore, che noi non potevamo aderire ad alcuna negoziazione, il cui scopo non fosse la tutela dei due interessi che esigono del pari la nostra sollecitudine in Italia e che eravamo ben risoluti a non sacrificare l'uno e l'altro. E dopo avere francamente esposto a quali condizioni noi potremmo prendere in considerazione le proposte che crederebbero doverci fare ulteriormente, abbiamo soggiunto che saremmo sempre presti ad esaminare quando ci paressero tali da farci avvicinare alla meta cui vogliamo arrivare. Con questa mente abbiamo ascoltato le diverse proposte che ci vennero fatte poscia, quantunque esse non corrispondessero tanto alle nostre intenzioni che potessero servire di base ad un conveniente assestamento.
Al tempo stesso noi seguivamo con grande interesse i progressi che si manifestavano nella condizione generale dell'Italia. Il Governo italiano reprimeva con risolutezza e perseveranza le passioni anarchiche, già affievolite per effetto del tempo e della riflessione. Le idee moderate tendevano a prevalere nei migliori spiriti e ad aprire la via a serii tentativi di assestamento. In queste favorevoli congiunture il Governo del Re Vittorio Emanuele s'indusse a prendere una grande risoluzione. Compreso dalla necessità di dar maggiore coesione all'ordinamento dell'Italia ci comunicò i motivi politici, strategici ed amministrativi che lo inducevano a trasferire sopra un punto più centrale che Torino la capitale del Regno. E l'Imperatore, valutando tutta l'importannza di questa risoluzione e tenendo conto ad un tempo delle considerazioni che ho testè rammentate e delle disposizioni più conciliatorie manifestate dal Gabinetto di Torino, ha creduto che fosse giunto il momento di regolare le condizioni che gli permettessero, pur rendendo sicuro il Santo Padre e le sue possessioni, di porre fine all'occupazione militare degli Stati romani. La convenzione del 15 settembre corrisponde, secondo noi, a tutte le necessità della rispettiva condizione dell'Italia e di Roma. Speriamo che essa contribuirà ad accelerare una riconciliazione cui desideriamo di cuore e che l'Imperatore stesso non cessò di raccomandare nell'interesse comune della Santa Sede e dell'Italia.
Tostochè il progresso della negoziazione permise di sperarne il successo ebbi cura di partecipare alla Corte di Roma le considerazioni che ci avevano mosso in questa congiuntura e inviai all'ambasciatore di S. M. il dispaccio di cui troverete copia qui unita. Mi sono affrettato ad annunziargli la sottoscrizione della convenzione e a fargliene conoscere le clausole, affinchè ne renda informato il governo di Sua Santità.
Spero che la corte di Roma apprezzerà i nostri motivi e le guarantigie che abbiamo stipulate nel suo interesse. Se a prima giunte essa fosse inclinata a vedere con occhio poco favorevole gli assestamenti che abbiamo testè conclusi con una Potenza, onde è ancora aliena per la memoria di recenti differenze, la firma della Francia le darà almeno, non ne dubitiamo, la certezza della leale e sincera esecuzione degli obblighi del 15 di settembre.
Gradite ecc.

Drouyn De Lhuys

Da: Gazzetta Ufficiale N° 240 10 ottobre 1864

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