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Wunderkammer

Wunderkammer

Un composto che si tiene insieme da un filo di nylon vuol sentirsi museo. Si è attribuito anche il nome di modello, riferimento necessario per implementare i codici dei musei, così come intesi nella nostra epoca.

Il composto nasce dalla precisa volontà di trasmettersi quale propria memoria alla generazione di presupposti che immancabilmente aleggiano intorno al suo apparire.

Il problema dal quale il composto ha preso funzioni di dislocazione, operando in simulazione, è quello relativo al rapporto tra materiale e immateriale. Problema intorno al quale convergono molteplici questioni: dalla proliferazione dei nessi simbolici tra i piani, i quali, liberati dal vincolo della materialità o oggettualità si offrono quali punti di appoggio per speculazioni laterali, alla ridefinizione antropomorfica del “museo-simulacro” e dei significati che questo sollecita, alla ridefinizione dei ruoli tra esperti custodi del senso stesso del simulacro e “comunità dei portatori di meraviglie” che ha portato alla convinzione di una necessaria e indiscutibile salvaguardia del patrimonio culturale nel suo complesso.

Tuttavia, nonostante la necessità che in parte i musei hanno di organizzarsi come contenitore che contempli al proprio interno una collezione di oggetti più o meno ordinati tassonomicamente, nel caso del composto, l’aspetto materiale non è indispensabile alla manifestazione della memoria di sé.

Le trasparenze restituiscono vie di fuga future e, attraverso la raccolta che si interseca in precario equilibrio, la conservazione di un percorso personale viene ritenuto e rielaborato dal pensiero, corroborato da fonti e testimonianze appena percepite.

Lo stimolo veicolati dai documenti raccolti permette l’evocazione di un racconto, forse storico, magari epico ma certamente retroproiettivo. Vi è una circolarità di retroazione tra la cultura dell’osservatore e il composto organizzato per piani, tensioni interne, trasparenze.

Il simbolismo che fiorisce dalla “visita guidata” persuade la naturale volontà di una cultura più profonda a un disincanto attivo.

La traduzione di un voler essere “museo” di un effimero composto è il nostro voler sapere, lucente prodotto del passato, forma mentis di un altro tempo ma contemporaneo.

 

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Impostato su questo dialogo con la nostra volizione più persistente, il trasparente manufatto, assorbe il “punto di vista” dell’osservatore. Lo accoglie, lo guida tra i lembi delle forme e dei materiali che si affrontano, attratti e respinti da un magnetismo interno attivo.

Due contenitori in plexiglass, posti uno di fronte all’altro, definiscono e proteggono il teatro che si organizza per piani, diagonali. A chiudere sui due fronti il composto, sono due radiografie, una per lato, due lastre del cranio umano rappresentato in posizione sagittale. Queste sono sostenute da due lastre di vetro alle quali sono fissate da molle fermacarte di metallo, nere. Sopra, come coperture, è posizionata una lastra di plexiglass. All’interno, posti sopra una base anch’essa di plexiglass, si trovano diversi elementi.

Due lastre fotografiche, in vetro, contrapposte e inclinate a rastremare verso il centro, appoggiate ai piani interni divisorii dei contenitori laterali in plexiglass, rappresentano immagini del lavoro nei campi, collocabili nel 1950 c.a. La parte centrale trova un magnete di forma cilindrica sul quale vanno a convergere, in sospensione, oggetti metallici, perlopiù punte di lame, chiodi, ecc. La sospensione è dovuta a fili di nylon ai quali le lame sono tenute. La lunghezza dei fili è tale da avvicinare le lame al magnete ma senza poterne toccare la superficie. Così poste ne rimangono attratte, convergendo dai quattro lati ma rimanendo sospese. Si replica qui la disposizione già presente nella installazione “Dov'è il confine?”.

Tutti gli elementi sono tenuti insieme da fili di nylon. I colori presenti sono il bianco e il nero.

1995

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