Francesco Franchi pittore. 1854

Francesco Franchi pittore. 1854

Ferrara

Nel 1854 la città di Ferrara già in precedenza sottoposta a un difficile periodo di repressioni da parte degli austriaci (1852-53) affronta un'avversità climatica che per circa nove mesi imperversa causando l'impoverimento e il deterioramento dei raccolti con conseguente crisi annonaria e carestia diffusa. Questa crisi generale favorisce il diffondersi del colera che si manifesta, così come in molte parti d'Italia e d'Europa tra il 1854 e il '55.

La rivolta di Milano ha ripercussioni anche a Ferrara dove l'azione di controllo sul territorio porta un anno prima ad una serie di arresti (quarantaquattro ferraresi). Le catture eseguite in un'azione di polizia da parte degli austriaci vedono il concorso della gendarmeria pontificia.
La sentenza, estremamente dura viene emessa il 15 marzo del '53. Tale sentenza colpisce 12 dei reclusi nella Fortezza di Ferrara. Dieci di essi sono condannati a morte in quanto rei di alto tradimento, mentre due, Stefano Botari e Gaetano Degiuli, vengono condannati rispettivamente a quindici anni di lavori forzati e a due di carcere.

In seguito a sette dei condannati a morte Andrea Franchi-Bononi, Giovanni Pareschi, Gaetano Ungarelli, Aristide De Luca, Francesco Gandini, Vincenzo Barlaam, Camillo Mazza, viene concessa la grazia e la pena commutata in lavori forzati da scontarsi nel carcere di Santa Palazia in Ancona.
È in questa situazione di grande difficoltà che il giovane Francesco Franchi decide di partire per Milano e lì svolgere la sua professione di pittore. [HP] Probabilmente aveva avuto come suo insegnante all'Accademia di Ferrara Gaetano Domenichini, apprezzato artista che deteneva la cattedra di ornato e insegnava anche figura a molti giovani artisti.

L'imposizione di norme burocratiche tese al controllo del territorio espresse nella necessità da parte degli abitanti di richiedere continuamente alle autorità permessi, fogli di via e passaporti per gli spostamenti sul territorio è mal sopportato dalla popolazione. Nelle memorie inviate dal patriota don Enrico Tazzoli al generale austriaco Karl von Culoz Governatore militare di Mantova, durante l'inquisizione seguita al suo arresto per la partecipazione alla congiura di Belfiore del 1850:"Proprio era il caso di tener in mano il passaporto per mutarci da una ad altra stanza di casa nostra". La consapevolezza di un "largo imprigionamento"[1] è anche causa di una paralisi del commercio che stenta a svilupparsi. Provoca uno "scemare" della ricchezza di un territorio che per tradizione e natura potrebbe essere prospero.
A Ferrara nel 1853 il conte Filippo Folicaldi che dalla caduta della Repubblica Romana alla fine del maggio 1849 ricopriva la carica di delegato del governo pontificio governava con una politica estremamente reazionaria promossa anche dall'impero austriaco. Un Consiglio di Censura istituito dal governo pontificio vigilava sulla condotta dei funzionari pubblici al fine di prevenire comportamenti sovversivi o peggio rivoluzionari.

Il 15 marzo furono condannati dodici imputati detenuti nella Fortezza ai quali in precedenza vennero inflitte torture al fine di estorcere loro confessioni: dieci di essi a morte in quanto rei di alto tradimento, i rimanenti Stefano Botari e Gaetano Degiuli, rispettivamente a quindici anni di lavori forzati e a due di carcere. Sette dei condannati a morte (Andrea Franchi-Bononi, Giovanni Pareschi, Gaetano Ungarelli, Aristide De Luca, Francesco Gandini, Vincenzo Barlaam, Camillo Mazza), furono graziati e la pena fu commutata in lavori forzati (che scontarono ad Ancona).
A Giacomo Succi, Domenico Malagutti e Luigi Parmeggiani, invece, la sentenza di morte fu confermata mediante fucilazione eseguita senza dilazione la mattina del giorno dopo. [..] si eseguirà la condanna in mancanza di un carnefice, mediante la fucilazione nel giorno del 16 del mese di Marzo 1853 alle ore 7[2]. Il governo pontificio non osteggiò la condanna, si assunse altresì l’onere delle spese legali e organizzò una azione repressiva di polizia che continuò per tutto il 1853. Il giorno successivo l'esecuzione dei patrioti, viene arrestato uno studente universitario accusato di aver invitato alcuni compagni a non presentarsi alle lezioni il giorno dell’esecuzione della sentenza.

Qualche anno dopo, nel 1856, Antonio Mazzolani, pianista e compositore, autore di cori e canti popolari, compose il coro Piccolo Miserere per ricordare Domenico Malagutti.
Il 21 gennaio del 1854 Francesco Franchi ottiene dalla direzione di polizia del Governo pontificio il foglio di via num. 75 per Milano. Timbro K. K.[3] MILITAIR PLATZ ZU FERRARA. Viene anche certificata la sua immunità al vaiolo[4] che sin dal 1816 è presente nella provincia di Ferrara. In particolare nel 1834, quando Francesco aveva due anni, il vaiolo aveva mietuto più vittime rispetto agli anni passati, 107 erano stati i morti tra i maschi e 117 tra le femmine quando nel 1849 ad esempio erano stati 21 maschi e 21 femmine. Scampato a un flagello comune nella provincia, probabilmente era stato vaccinato per tempo[5], di cui la dichiarazione delle autorità preposte.
Si legge sul foglio di via:

Governo Pontificio

DIREZIONE DI POLIZIA
Nella Provincia di Ferrara
Parte da questa Città
Franchi Francesco di Giovanni
per portarsi a Milano
Si dichiara l'immunità del vaiolo
Dato in Ferrara il 21 Gennaio 1854
Vale per un anno
Il Comandante del Distretto di Polizia
G. Gallazzi


A lato del foglio si legge:

Foglio di Via

n. 75
Connotati
Nativo di Ferrara
Domiciliato in luogo
Professione pittore
Età anni 22
Statura media
Capelli castagni
Fronte regolare
Occhi castagni
Naso regolare
Bocca simile
Barba //
Mento //
Viso //
Carnagione //
Segni particolari //

Firma del Latore
Francesco Franchi

AVVERTENZA

Il presente dovrà essere esibito dal Latore alle Autorità esercenti la Polizia nei rispettivi Comuni in cui pernotterà durante il viaggio.

in basso timbro-sigillo della POLIZIA DELLA DELEGAZIONE DI FERRARA

GRATIS

G. Gallazzi
Sul retro del foglio si legge:

Timbro K. K.[3] MILITAIR PLATZ ZU FERRARA

vistato 23 gennaio 1854

sigillo austriaco lombardo veneto 3 marzo 1855 VISTO ALL'I.R. DIREZI.z DELLA POLIZIA
BUONO PER La permanenza -firma-

Timbro AGENZIA COMLE DEL GOVERNO PONTIFICIO IN MILANO

Milano

La città che Francesco si appresta a conoscere aveva vissuto l'anno precedente una grave crisi sfociata nell'insurrezione di alcune classi popolari e artigiane contro gli austriaci, repressa con la forza aveva causato 17 morti e 47 feriti oltre 16 arrestati e giustiziati.
Il bando austriaco con le condanne a morte degli insorti nella rivolta 6 febbraio 1853 a Milano elenca minuziosamente i condannati con le loro generalità.
In città, nel 1854 sono presenti vari professionisti della famiglia Franchi. Il suo omonimo Francesco che da anni svolge il suo lavoro di calzolaio in contrada di Santa Margherita al n. 11176. Sempre nella stessa contrada ma al numero 1128 vive Febo di professione ragioniere[7]. Alunno forestale all'Imperiale Regio Ispettorato Forestale è Giocondo Franchi ingegnere, abitante in contrada del Durino al n. 440[8]. Colui che è per Francesco una speranza per la sua carriera di pittore è però Ulisse Franchi antiquario, negoziante e mercante di stampe incise, quadri e oggetti di belle arti e d'antichità che svolge la sua attività in contrada del Pesce al n. 4917[9].
La vita artistica a Milano nel 1854 vede Domenico Induno appena nominato "Socio d'Arte" dell'Accademia di Brera esporre, insieme ad altri dipinti, Pane e lagrime, che viene poi acquistato da Francesco Hayez e che sarà esposto l'anno successivo a Parigi, con grande successo di pubblico e di critica.
Per evocare un aspetto, quello della pena di morte che in quel di gennaio era pratica condivisa in tutta la penisola segnaliamo che, i giorni nei quali Francesco Franchi era in viaggio per Milano, a Roma il principe Agostino Chigi scriveva sul suo diario: "MARTEDÌ 24 — Questa mattina alla piazza dei Cerchi sono stati decapitati tre già soldati di Finanza rei di omicidi, commessi nel tempo della Repubblica, sotto il comando del ben noto Zambianchi dentro il Monastero di S. Calisto; uno dei quali di Ravenna, uno di Forlì, ed uno di Ascoli. Tutti e tre sono morti nella più ostinata impenitenza, unita ad una insolente sfrontatezza. A minorare lo scandalo l’esecuzione si è fatta di buonissim’ora.[10]"
Poco più di un anno dopo, il 3 marzo 1855 il giovane pittore Francesco Franchi ottiene il visto, all'Imperial Regia Direzione della Polizia, buono per la Rimanenza. Timbrato dall'Agenzia Comunale del Governo Pontificio in Milano.

Conversione ototopica

Una tela sulla quale campeggia la firma del pittore Francesco Franchi, unico segno lasciato dall'artista e giunta fino a noi. Approfondisci
[1] Crf. E. Tazzoli, Scritti e memorie 1842-1852, Franco Angeli, Milano 1997, pag. 183.
[2] Da: documenti e le cronache del tempo sulla fucilazione dei tre martiri il 16 marzo del 1853. Fonti varie raccolte da Graziano Gruppioni
FERRARA. Il 15 marzo 1583 il commissario straordinario per le legazioni scriveva al Maggior Rohon comandante austriaco della Fortezza di Ferrara: "il giorno del 17 Febbraio u.s. il Consiglio di guerra riunitosi nella Cittadella, condannò a morte colla forca i qui detenuti, Succi Giacomo, Malaguti Domenico, Parmeggiani Luigi, per motivo del contrastato delitto d'alto tradimento. Ratificata che venne detta condanna [..] si eseguirà la condanna in mancanza di un carnefice, mediante la fucilazione nel giorno del 16 del mese di Marzo 1853 alle ore 7 antimeridiane. [..] la S. V. viene gentilmente pregata di voler ordinare [..] il necessario numero di pii sacerdoti. L'esecuzione verrà eseguita fuori della porta del Soccorso sulla spianata della Cittadella.
I SACERDOTI. Il 16 marzo 1853 furono giustiziati i tre martiri. Ecco come trascorsero i loro ultimi momenti di vita. Alle 4 e mezza antimeridiane del 15 marzo quattro sacerdoti raggiunsero il carcere di San Paolo. Alle 17.30 un capitano li accompagnava in una sala d'aspetto ove gli venne offerto un caffè in attesa dell'uditore che pranzava al Ristorante Europa. Arrivato l'uditore, i confortatori aspettarono i pazienti ancora un'ora perche le mogli di Succi e Parmeggiani udita la notizia dalla bocca dei congiunti urlarono disperatamente e non volevano abbandonare la sala di ricevimento del carcere, la signora Parmeggiani fu presa da un attacco di convulsioni. Il Rev. Presidente Guitti, e i tre confortatori entrarono nella camera di Succi, stava in piedi a testa scoperta guardato a vista da cinque soldati armati di fucile. Il paziente non era legato. Gli dissero come uno di loro era venuto a tenergli compagnia, a riconciliarlo con Dio; scegliesse, Succi disse "io accetto tutti; ma poiché sono il più vecchio, sceglierò il confessore più anziano". Il più attempato dei confortatori gettandogli le braccia al collo, e baciandolo in fronte disse "Sono io", ma soggiunse il paziente: prima voglio scrivere e dire che la confessione, che ho fatto alla Commissione militare, mi è stata estorta con violenza, colla panca, col bastone, e con le catene: né minacciavano solo, ma battevano, e se non si voleva morire sotto il flagello bisognava dire quello che volevano.
LA TORTURA. Passarono dal Malagutti. Come li vide si gettò in ginocchio piangendo dirottamente, baciò a tutti la mano, e disse: sia ringraziato Iddio che vedo un sacerdote in queste mie angustie che mi opprimono. Si alzò e continuò: io voglio confessare tutti i miei peccati e dirli che confido tanto nella misericordia di Dio. Si sappia che nei miei costituti ho dovuto dire quello che essi volevano; che ho sofferto una tortura orribile; che mi hanno cagionato ovunque emorragie di sangue [..]. Quando gli dissero di scegliere egli scelse il suo compagno di classe Don Luigi Zuffi. Passarono poi da Parmeggiani, era seduto, si alzó tenne il cappello in testa e disse "sono venuti per confessarmi? io sono innocente; io mi voglio confessare in pubblico, alla presenza della Commissione, e dire che quello che ho detto e scritto mi è stato estorto con domande suggestive, colle catene lasciandomi un mese intero incatenato giorno e notte; col bastone, per cui ho dovuto essere portato all'ospedale delle Martiri, e starvi diciotto giorni". Gli dissero di scegliere il confessore; li guardò in volto, e conoscendone uno disse piangendo "Lei Padre, lei che ha avuto moglie e figli, lei, che più facilmente compatirò un Padre afflittissimo, che lascia la moglie, e due figlie da marito nella miseria" e presogli con forza la mano se lo fece sedere sulla sua panca, Parmeggiani era preso da una forte convulsione e piangeva. Bevve acqua fresca e caffè tutta notte: volle sempre accesa la stufa. Non tacque mai, parlò sempre dell'ingiusto ed iniquo modo di cercare la verità coi tormenti. Scrisse una lettera a sua moglie, fece testamento. Poi si confessò due volte, e chiese più volte l'assoluzione. Lesse le proteste dell'anima, ebbe l'assoluzione pontificia e fece tutti gli atti del cristiano.
LA CONFESSIONE. Alle due dopo mezzanotte Parmeggiani disse "saprei volentieri se i miei compagni si sono confessati, vada a sentire, e gli dica che io mi sono confessato e che gli domando perdono dello scandalo dato coi fatti e colle parole, se fossi stato la cagione delle loro pene. Il Confortatore andò dal Succi: era in letto, si alzò, ed intesa l'ambasciata disse: "io debbo domandare perdono a lui, che l'ho sedotto; e se ci incontreremo prima del supplizio lo prego volermi dare il bacio del perdono". Malagutti fumava un sigaro seduto al letto col suo Confortatore, e disse d'aver perdonato a tutti, come voleva che Dio perdonasse a lui. Alle ore sette della mattina del giorno 16, Parmeggiani ed il Confortatore furono fatti discendere nell'atrio: trovarono il Dott. Malagutti in mezzo ai soldati solo, perché il di lui Confortatore diceva la messa in Chiesa. Il Confortatore del Parmeggiani lo prese colla mano sinistra, perché colla destra teneva il suo paziente. Si baciarono. Nello stesso tempo arrivò Succi: li abbracciò, li baciò tutti due, e gli disse: Addio.
LE BENDE. Si avviarono alla Chiesa dicendo li atti di fede. Si posero in ginocchio a più dell'altare.
Malaguti e Parmeggiani vollero nuovamente l'assoluzione. Fecero la santa Comunione. All'ultimo Vangelio si alzarono in piedi e Malagutti disse forte: "Quanto mi sembra di essere leggiero! Signore gli anni di vita che mi si tolgono dateli a mia Madre!" e Parmeggiani ripeté l'esclamazione e disse: e i miei alle mie figlie. Tornò il Confortatore dal Malagutti, e si avviarono al supplizio prima Succi, poi Parmeggiani, poi Malagutti. Passarono per la piazza d'arme, per la porta del soccorso, andarono sugli spalti detti di San Giacomo: mezz'ora di cammino in tante giravolte, ed a passo lento. Gli si voleva porre la benda agli occhi: Succi e Parmeggiani dissero non essere necessario. Parmeggiani s'inginocchiò, unì le mani, chiuse gli occhi e mentre invocava Gesù un tenente disse che era suo dovere bendarli, un soldato gli mise un fazzoletto bianco sugli occhi poi i soldati scaricarono i loro fucili nel petto e in fronte.
[3]  K. K. acronimo di kaiserlich österreichisch, königlich böhmisch, che in tedesco sta per "imperiale austriaco, reale boemo" era applicato ad autorità, istituzioni e reparti militari dell'Impero austriaco.
[4] Nella provincia di Ferrara nel 1800, il numero più elevato di morti (di vaiolo) è stato registrato in corrispondenza dei seguenti anni: 1816, primo anno di comparsa del vaiolo (35 maschi e 40 femmine), 1829 (24 maschi e 18 femmine), 1834 (107 maschi e 117 femmine), 1842 (15 maschi e 8 femmine), 1849 (21 maschi e 21 femmine) ... Le Infezioni in Medicina, n. 1, 66-80, 2007-Il vaiolo a Ferrara nell’800 Smallpox in Ferrara in the nineteenth century Enrica Guidi1, Lauretta Angelini2, Katia Cervato1, Francesco Pizzo1, Roberto Rizzello1, Marco Fortini2, Carlo Contini3 1 Sezione Igiene e Medicina del Lavoro Università di Ferrara; 2 Servizio Statistica del Comune di Ferrara; 3 Sezione Malattie Infettive Università di Ferrara, Italy.
[5]  Il Papa Pio VII, che appoggia l’iniziativa del Governo, emana un editto (20 giugno 1822) prescrivendo una serie di raccomandazioni rivolte alle autorità preposte alla vaccinazione, ai vaccinatori ed alla popolazione interessata (in particolare fanciulli, esposti, poveri). Fra l’altro, istituisce una commissione centrale vaticana per la propagazione dell’inoculazione del vaccino. )... Le Infezioni in Medicina, n. 1, 66-80, 2007-Il vaiolo a Ferrara nell’800 Smallpox in Ferrara in the nineteenth century Enrica Guidi1, Lauretta Angelini2, Katia Cervato1, Francesco Pizzo1, Roberto Rizzello1, Marco Fortini2, Carlo Contini3 1 Sezione Igiene e Medicina del Lavoro Università di Ferrara; 2 Servizio Statistica del Comune di Ferrara; 3 Sezione Malattie Infettive Università di Ferrara, Italy.
[6]  Guida di Milano per l'anno 1854. Milano. Editore Bernardoni Giuseppe di Giovanni, p. 527.
[7]  Guida di Milano per l'anno 1854. Milano. Editore Bernardoni Giuseppe di Giovanni, p. 400.
[8]  Guida di Milano per l'anno 1854. Milano. Editore Bernardoni Giuseppe di Giovanni, p. 128.
[9]  Guida di Milano per l'anno 1854. Milano. Editore Bernardoni Giuseppe di Giovanni, p. 643.
[10]  Il tempo del papa-re diario del principe don Agostino Chigi dall’anno 1830-1855. Tolentino. Stab. Francesco Filelfo 1906, p. 187.

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