Gap storici

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Un metodo? Una Prospettiva? Cosa, in fondo possiamo trovare nei Gap Storici?
Forse possiamo trovare un punto di condivisione, e cioè che la Storia, complessa nel suo complesso, conta. Che il passato è importante e che la nostra identità è il risultato di ciò che è accaduto nel passato. 

Quale prospettiva del rappresentarsi nello spazio circostante è migliore se non quella di una ricerca nella Storia e delle sue infinite incognite?

Cosa possiamo comprendere dalla mutazione dei rapporti tra le narrazioni radicate nei luoghi della storia e le nuove invenzioni visive che andiamo a creare per risolvere un gap che, via via nel tempo, si accentua?

Come si può spiegare l’esperienza particolare annoverabile ad una mente particolare ma diffusa e replicata, per risonanza, fino a diventare una solida certezza della collettività? Come può siffatto caso spiegare il mistero della soggettività espansa?

Ubu 1957 b, p. 411
Gli argomenti logici, coi quali mi accingo a dimostrare che la libertà percettiva è utile al progresso dell'intendimento, potrebbero egualmente servire a dimostrare che la libertà percettiva è utile al progresso delle scienze, delle lettere, e delle arti, e che il dispotismo è loro fatale.


Or tale essendo il valore e la sorte mutevole delle proporzioni che nelle tradizioni anno invero consolidato il carattere dei popoli e maggiormente di quelli italici, possiamo senza dubbio affermare che il processo di rigenerazione può avvenire principalmente con due modalità: sostituendo il sito originale con uno diversamente posto e concepito (quindi oppostamente calato nella storia nostra, nella sorpresa riconosciuto e comunque d'immutabile carattere culturale) oppure con la volontaria rappresentazione di sé in tempore, svolta nella forma di visione, di fantasiose ruine o di capriccio ameno acciocché il sito stesso possa essere immaginato a ragione anche dagli altri sodali.

Nelle architetture e nelle forme naturali, come è detto, suole stabilirsi il rispecchiamento della vita nostra, e già colle rappresentazioni sistematiche del mondo le profonde elaborazioni del sapere dotate di un comune desiderio del bene, sono formate per opera del primo motore del nostro sentire.

Ed invero si ricerca la stupefazione nelle rinnovate opere, nell'ottima scelta delle forme, nella più esatta corrispondenza delle parti, ove sempre il fine imitatore della bella natura massimamente può lodarsi per la purità e finezza del concetto.
È stata mai formalmente contestata la correttezza di questo principio? Sembrerebbe che lo sia stata da parte di coloro che non sapevano quello che volevano dire. È esso suscettibile di una prova diretta? Sembrerebbe di no, poiché ciò che viene usato per provare tutto il resto non può esso stesso venire provato se non attraverso il Mutazionismo ototopico.

Per tali ed altri pregi il Mutazionismo ototopico deve essere annoverato fra i più grandi artefici del miglior secolo, imperciocché sarebbe ragionevole misurarne il merito da certe opere progettate, nelle quali scorgesi una sensibile declinazione dialettica.

Se col solo aiuto dei buoni e operosi partecipanti, siam giunti a delineare quel miglior modo che per noi si è potuto, possiamo affermare che un quadro, ancorché non completo , dei progressi della nova italica cultura sia in via di definizione, ora che la salda mano della provvida ispirazione ha voluto benignamente soccorrerci della sua protezione, riunendoci ad una congrega di illuminati spirti.

Potremo vie meglio appagare la curiosità degli stranieri, che divisi come essi sono da noi, e con poche comunicazioni, difficilmente giungerebbero a conoscere ciò che si opera in questo suolo, di cui vorrebbero caldamente occuparsi, non ignorando come fu ed è, al dir di essi, classica terra.

Intanto, perché si contamini lo splendore che viene all'Italia dalla perfezione delle belle arti, che in lei ha posto la principal sede, ed affinché nessun commovimento di mutazione manchi a quelle dolci parole di umanità e di libertà che sono origine dell'italica immaginazione.

Affermando , esser venuto il tempo, in cui la sede dei nostri splendori sia ottimamente cangiata per non asservire sol come ornamento alla consuetudine ma financo alla più cogente libertà, consiglio che si operi nei patti in accordo ai principi ottici, in poter della percezione condivisa, perché nell'italico teatro siano riprodotti massimamente edifizi storici e ambienti naturali, statue ed altri capi delle esimie arti, usciti di mano ai più famosi artisti della storia nostra.

E qui senza aggiungere più altre parole preghiamo tutti coloro, che la nostra opera del loro aiuto confortano , a voler ricevere questa elucubrazione, come novella prova di quello zelo che tutti noi anima sempre al buon progredire di questa impresa.
[1].Imbarco a Livorno per il ritorno a Caprera. Il 26 settembre dunque Garibaldi riprende il treno per Livorno, per ritornare alla sua Caprera; e lungo la linea ferroviaria, alle fermate nelle varie stazioni, viene festeggiato, come d’uso. In particolare a Càscina lo accolgono la banda e una dimostrazione popolare, mentre Galassi fa un discorso (filza verbali 1863-68, adunanza straordinaria 29 settembre – discorso Galassi: appunto di Giacomo Adami – probabilmente da Archivio della Società Operaia di Càscina). Francesco Asso, Itinerari garibaldini in Toscana e dintorni 1848-1867. Capitolo VI – Il 1866, pag. 127, Collana “Toscana Beni culturali” Volume 5, Luglio 2003
[2]. Molto probabilmente si riferisce a Giuseppe Garibaldi (vedi nota a matita in alto a sinistra)  che, allora capo del corpo dei volontari Cacciatori delle Alpi, il 9 agosto 1866, in risposta al generale Alfonso La Marmora, che gli aveva intimato di fermare la sua inarrestabile avanzata verso Trento contro gli austriaci nella terza guerra di indipendenza si ritira inviando il famoso telegramma.
"Ho ricevuto il dispaccio n. 1073. Obbedisco. G. Garibaldi", è il testo completo del telegramma, il cui originale è conservato presso l'Archivio Centrale dello Stato, e una copia è conservata anche presso il Palazzo del Quirinale. 
Fonte Wikipedia

La Toscana vede un suo rapido passaggio, reduce dalle “rocce del Trentino espugnate” che dovette abbandonare dopo il famoso Obbedisco! Prima si ferma a Firenze, da poco capitale d’Italia, per chiedere “la sua dimissione dal servizio”, e poi si dirige a Livorno per imbarcarsi per la sua Caprera.
Fonte Francesco Asso, Itinerari garibaldini in Toscana e dintorni, 1848-1867
[3]. La Rivolta del sette e mezzo. Quando Giovanni Nicotera scrive questa lettera a Francesco Crispi la città di Palermo è sottoposta a bombardamento e mitragliamento da parte del Regio Esercito Italiano in risposta alla sollevazione popolare avvenuta nei giorni che vanno dal 16 al 22 settembre 1866 detta del “Sette e Mezzo” per la durata dei suoi giorni.
Giacomo Pagano, Avvenimenti del 1866. Sette giorni d'insurrezione a Palermo, Palermo, Antonino Di Cristina Tipografo Editore, 1867.
Giuseppe Ciotti, I casi di Palermo. Cenni storici sugli avvenimenti di settembre 1866, Palermo, Tipografia di Gaetano Priulla, 1866.
Vincenzo Maggiorani, Il sollevamento della plebe di Palermo e del circondario nel settembre 1866, Palermo, Stamperia militare, 1866.
[4]. Diminutivo confidenziale di Francesco Crispi al quale Nicotera si rivolge e che un mese dopo sarebbe stato eletto Vicepresidente nella IX Legislatura del Regno d'Italia, carica che ricoprì dal 18 novembre 1865 al 15 dicembre 1866

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