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Mappe

Geografie del mondo interiore. Mappa della memoria e del desiderio. Mappe semantiche di mondi possibili.

MONDI POSSIBILI: Utopie, distopie, eterotopie

Con Stefano Scialotti e Michele Cavallo

È significativo che oggi si parli di distopia e non più di utopia. Ovunque: nei film, nella letteratura, nei dibattiti politici, è un mondo distopico ad essere immaginato come probabile nostro futuro. Da anni ormai è in corso una svalutazione dell’utopia. Sia il senso comune che il mondo scientifico se ne tengono alla larga. Certo, la nostra storia recente non ha fornito buoni esempi per rivalutarla. Il Novecento è stato dominato da utopie politiche che si sono rivelate tragiche distopie.
Nel discorso quotidiano molto spesso un’idea, un progetto, un’aspettativa vengono condannate in quanto mera utopia, sintomo del fantasticare. In realtà il significato originario del termine utopia ha in sé una duplicità che troviamo già nella prima versione di Tommaso Moro: “luogo che non esiste” e “luogo da desiderare”. La seconda accezione è venuta meno, oscurata dalla predominanza della prima. Ormai tutti intendiamo per utopia un luogo che non esiste, o semplicemente il contrario di pragmatismo e di realismo. Oggi, solo le cose che vivono nel passato e nel presente sono fatti degni di fede. In un mondo dove le risorse materiali e umane devono essere ottimizzate, sembra che non ci sia spazio per investire su fantasie, visioni alternative, desideri. Il consenso e il buon senso pratico, quotidiano, elegge l’abitudine, l’evidente, l’immediato, il tangibile, a unici criteri perseguibili. Eppure, il pensiero utopico offrirebbe la capacità di esplorare soluzioni alternative rispetto al presente, fornendoci una bussola per orientarci nei processi dei grandi cambiamenti politici, sociali, tecnologici. In effetti anche l’utopia si fonda sulla realtà, ma non la realtà dell’abitudine, dell’utile immediato, delle priorità dettate dall’agenda politico-finanziaria e reiterate dalla cronaca dei media. L’utopia, la progettualità di ampio respiro e di lungo termine, l’investimento in un futuro possibile, sono relegati in un angolo stretto e buio.
Ormai non crediamo più alla possibilità di migliorare il mondo che abbiamo ereditato dai nostri avi, abbiamo perso la fiducia di poterlo fare. Non pensiamo al futuro con atteggiamento di stupore, meraviglia, curiosità; lo pensiamo con atteggiamento di timore e, nel migliore dei casi, di preservazione. Siamo ottimisti e fiduciosi solo se riusciamo a immaginare un mondo che riesce a conservarsi, a non distruggersi. Non si tratta di migliorarlo ma di conservarlo così com’è. Zygmunt Bauman (2017) ha parlato di retrotopia (combinazione di retro e utopia), una utopia che guarda al passato e non al futuro. Tutte le utopie per quanto diverse tra loro avevano una cosa in comune: erano immaginate nel futuro. Non ancora esistenti, non ancora conosciute, non ancora esplorate da qualche navigatore solitario, non ancora realizzate dalle capacità progettuali, tecnologiche o psicologiche. Utopia voleva dire pensare e progettare il futuro.
Come Bauman più volte ha notato, sembra che abbiamo invertito la rotta e navighiamo a ritroso. Le speranze di miglioramento vengono tenute vive solo da un vago ricordo di un passato più stabile e affidabile. In un simile dietrofront il passato è luogo del sogno, il futuro luogo di incubi: dal terrore di perdere il lavoro a quello di assistere impotenti al fallimento dei propri figli, di ritrovarsi con competenze che, sebbene faticosamente apprese, hanno perso qualsiasi valore di mercato.

Così, la paura del futuro erode progressivamente il presente

Anche nella prospettiva di Ernst Bloch (1980), l’utopia è il superamento dei limiti del presente: il desiderio proietta in avanti le esperienze vissute e ci rende umani. In questa accezione, il recupero del passato, l’attenzione alla memoria storica non è meno utopica, deve essere illuminata dalla speranza. Per poter ricordare e pensare il passato c’è bisogno del futuro. Forse è il momento di invertire l’assunto secondo il quale non c’è futuro senza passato in “non c’è passato senza futuro”. E perdere il futuro vuol dire perdere anche il presente.

Come ci ha insegnato Heidegger (2009), il presente, il fenomenico è reso percepibile dal poter-essere, dall’apertura, dal fatto che ogni cosa in ogni momento può-essere-possibile. In questo senso, la possibilità è più alta della realtà, solo l’uomo ha il futuro, gli altri esseri viventi hanno il poi, ciò che viene dopo, non hanno la facoltà di proiettarsi nel progetto di un fare il mondo in una maniera non-data, non naturale, ma inedita, artificiale. La possibilità è il non ancora reale e il non necessitato dalla natura.
Lo spazio utopico, in tal senso, non è una forma chiusa e ideale, che realizza una condizione di perfezione, di armonia e di quiete edenica; rimanda semmai alla forma aperta, a tutte le intersezioni possibili, è una condizione transitoria sempre in divenire. Forse la nozione di eterotopia (coniata da Michel Foucault alla fine degli anni ’60) può essere il corrispettivo di questo luogo aperto, in cui sono le relazioni e le dinamiche concrete a ridefinirne in itinere l’uso. Non a caso Foucault propone la nave come paradigma dell’eterotopia, un luogo che procede nell'aperto: «la nave è stata per la nostra civiltà non solo il più grande strumento dello sviluppo economico, ma anche il più grande serbatoio d’immaginazione. La nave è l’eterotopia per eccellenza. Nelle civiltà senza navi i sogni inaridiscono» (2001, p. 32). È buffo che di questi tempi le uniche persone cariche di sogni che su barche e gommoni si avventurano in traversate della speranza siano rigettate in mare.
Una eterotopia non è una condizione definita, fissata, né tantomeno un luogo ideale, perfetto. In quanto luoghi delle possibilità, dell’apertura, le eterotopie non implicano alcuna idealizzazione, semplicemente spezzano o aggrovigliano i luoghi comuni, stabiliscono connessioni e intersezioni inedite, sospendono, invertono o reinventano i rapporti che le istituzioni danno per scontate.

A volte l’eterotopia mostra la sua natura ambivalente di luogo “protetto” che al contempo isola e si rende permeabile (i Centri diurni psichiatrici ne sono un ottimo esempio, soprattutto nell'accezione basagliana di servizio diffuso sul territorio). In questi contesti i laboratori espressivi (di teatro, narrazione, danza…) sono prassi in cui le sovrapposizioni tra diversi piani di realtà, le intersezioni di ruoli, relazioni, identità, possono essere “luoghi altri”, “simulatori di vita” in cui si esperisce il futuro. Luoghi di apertura alle possibilità. Non si tratta certo di immaginare un mondo meraviglioso, frutto delle magnifiche sorti del progresso della ragione, che grazie alla scienza e alle innovazioni tecnologiche sarebbe in grado di trasformare questa giungla in un ordinato, sempre verde giardino alla francese. Un mondo possibile può essere pensato e disegnato sulla carta, ma rimarrà una pura astrazione. E se malauguratamente si cercasse di realizzarlo il risultato sarebbe inevitabilmente infernale, l’utopia si rivolgerebbe presto in distopia. Un progetto che pretendesse di definire ogni ambito della vita non potrebbe che essere uno stato totalitario e persecutorio.

Il valore di immaginare mondi possibili[1] (al plurale), di cercare versioni alternative ai modi di vita abituali, al modo di relazionarsi, va sostenuto. Nei diversi ambiti della vita quotidiana è tale investimento a rendere interessante il futuro: una utopia non è semplicemente una soddisfazione onirica, è la costruzione di un desiderio di ampio respiro e di lunga durata. Per Freud l’edificazione della psicoanalisi è stata l’impresa di una vita, all’inizio una vera e propria utopia. Per Franco Basaglia la riforma della psichiatria con la chiusura dei manicomi ha rappresentato un’utopia, ma non un’utopia astratta, collocata in un futuro imprecisato. Era l’utopia della realtà, del presente, perseguibile da subito a partire da atti concreti, da piccoli passi. L’utopia è un punto posto all’orizzonte che orienta il cammino, il lavoro da fare. I mondi possibili sono cose che possiamo immaginare, ipotizzare, auspicare, cose in cui possiamo credere. Tuttavia, non possiamo mai arrivare a pensare a un mondo possibile se non a partire dal mondo reale; per quanto virtuale un mondo possibile è la risultante delle analogie, degli sviluppi o della sovversione delle leggi, della logica, delle condizioni di vita concreta. Si tratta di immaginare per poter tradurre il desiderio in prassi quotidiana.

Un gran rumore ci ha svegliato

«Un uomo che viveva presso uno stagno, una notte fu svegliato da un gran rumore. Uscì allora nel buio e si diresse verso lo stagno ma, nell'oscurità, correndo in su e in giù, a destra e a manca, guidato solo dal rumore, cadde e inciampò più volte. Finché trovò una falla sull’'argine da cui uscivano acqua e pesci: si mise subito al lavoro per tapparla e, solo quando ebbe finito, se ne tornò a letto. La mattina dopo, affacciatosi alla finestra, vide con sorpresa che le orme dei suoi passi avevano disegnato sul terreno la figura di una cicogna»

Karen Blixen, La mia Africa

Mappe comunitarie

Raccontando ad un amico (si occupa di antropologia culturale) il nostro incontro dello scorso lunedì, mi ha suggerito due letture che hanno in comune la ridefinizione delle mappe geografiche declinandole in nuove forme, come le mappe di comunità e le emotional maps.

Sandra Albanese

Significati del confine

Nell'idea di mappa mi ha sempre colpito il significato di confine, di demarcazione, di limite e di soglia.
Un breve saggio che affronta da più punti di vista questo tema

Mariella Carbone

Il senso del confine-Colloquio con Piero Zanini

Questa intervista a Piero Zanini ha un interesse particolare. Alla fine degli anni Novanta affronta dapprima il tema del confine, esplorato attraverso un'ampia gamma di fonti, non solo legate all'architettura ma anche alla geografia, al movimento, alla letteratura, all'antropologia. Questo argomento è oggi uno dei più discussi tra progettisti e progettisti e quindi le considerazioni qui esposte, che rimandano alla complessa discussione iniziata nel 1997, sono particolarmente attuali e fonte di suggerimenti.

Antonella Valentini
Università di Firenze

UrbanLinks 2 Landscape, Interreg Europe 2020

Sto lavorando in questi anni nell'ambito di un progetto Europeo che affronta i temi delle periferie e degli spazi aperti del periurbano. Il Progetto Urban Links2 Landscape (Umbria, Germania, Lettonia, Inghilterra, Polonia, Svezia) focalizza l'attenzione soprattutto sui bisogni della collettivà che abita quei luoghi. Vi posto, dunque, il video dell' esperienza di un laboratorio (marzo-aprile 2019) fatta con gli studenti dell'istituto agrario di Todi. Un lavoro attraverso immagini e collage sulla percezione che i ragazzi hanno sui luoghi o non-luoghi della loro periferie con il risultato delle loro visioni creative di trasformazione.

Mariella Carbone

Muri edificanti

A proposito di polmoni unificati, ci sono muri edificanti: 21 paesi africani si stanno unendo per costruire un muro di alberi di 4.750 miglia.

Sandra Legittimo
This image for Image Layouts addon
21 African countries are joining together to build a 4,750-mile wall of trees
Quasi due dozzine di nazioni africane sono ora impegnate a costruire e mantenere il "Grande Muro Verde", una catena di foreste e boschi che si estende in tutto il continente all'estremità meridionale del deserto del Sahara, nella regione nota come Sahel. Inizialmente lanciata nel 2007 da 11 paesi, l'iniziativa è stata ora affiancata da altri dieci. È considerato il più grande progetto di ripristino dell'ecosistema del mondo dal Programma delle Nazioni Unite per l'ambiente.
di Peter Schulte
[1] Giordano Bruno prima e Leibniz poi hanno parlato di mondi possibili come versioni del mondo tutte potenziali e compresenti nella mente di Dio. Idea ripresa laicamente nella fisica e nella filosofia contemporanee.
Curatore e regista di prodotti filmati e documentari con particolare accento per quelli relativi all’arte contemporanea, alle biografie di artisti e alla storia.
Stefano Scialotti
Curatore e regista di prodotti filmati e documentari con particolare accento per quelli relativi all’arte contemporanea, alle biografie di artisti e alla storia.
Lavora presso Project XX1 e con il Teatro Sociale e Drammaterapia
Sandra Albanese
Lavora presso Project XX1
e con il Teatro Sociale e Drammaterapia
Docente di Teatro sociale presso Università popolare Est Omnia  Reiki Usui
Sandra Legittimo
Docente di Teatro sociale presso Università popolare Est Omnia
Reiki Usui
Michele Cavallo  Psicologo, psicoterapeuta, psicoanalista membro dell’Associazione Mondiale di Psicoanalisi e della SLP
Michele Cavallo
Psicologo, psicoterapeuta, psicoanalista membro dell’Associazione Mondiale di Psicoanalisi e della SLP
Operatrice di teatro sociale, arteterapeuta,  puPAZZara, mascheraia... nonché architetto
Mariella Carbone
Operatrice di teatro sociale, arteterapeuta,
puPAZZara, mascheraia... nonché architetto